Le cose che avrei voluto sapere da neo-mamma

In quest’ultimo periodo, forse per la prima volta negli ultimi cinque anni e mezzo, stiamo vivendo in casa un’atmosfera più rilassata e piacevole. Ci sono stati lunghi periodi in cui il nostro bimbo passava da pianti irrefrenabili a ‘no’ continui ed esasperanti, da arrabbiature scoppiate come temporali a capricci estenuanti che duravano delle mezze giornate. I famosi ‘terrible two’ per noi sono stati i ‘terrible five’.

Sta diventando grande, è un piacere fare con lui conversazioni sulle sue passioni  (che ora sono dinosauri, grotte, miniere e asteroidi, domani chissà) e vedere la sua soddisfazione mentre pasticcia in cucina, disegna, guarda le figure dei suoi libri preferiti.

Ricordo perfettamente la prima notte in cui, appena rientrata a casa dopo il cesareo, sono stata svegliata dagli strilli del bimbo che reclamava un pannolino pulito e il suo latte. Forse per la prima volta, svegliata brutalmente, ho veramente preso coscienza dei ritmi che avrebbe avuto la nostra vita da quel momento. E ovviamente la teoria si è subito rivelata una cosa completamente diversa dalla pratica.

Cosa avrei voluto sapere in quei primi tempi, e anche un po’ più avanti?
Soprattutto come decifrare il pianto di mio figlio e capire i suoi stati d’animo. Molte cose le avrei imparate soltanto sul campo.

Il pianto del neonato

Per rendere l’idea del pianto di mio figlio, basti dire che alla nursery dell’ospedale dove è nato se lo ricordavano a distanza di un anno. Un volume micidiale, un’arma impropria, decibel che mi facevano vibrare il cervello come fosse panna cotta.
Il dilemma era: correre subito a prenderlo o lasciarlo nella culla per farlo desistere? Oggi, a distanza di più di cinque anni, penso che una delle cose più insensate che si possa consigliare a una neo-mamma è “lascialo piangere perchè…“. Di solito le variabili sono:

  • “perchè se lo prendi in braccio poi si abitua
  • “perchè se piange apre i polmoni” (perchè, prima respirava con le branchie?)
  • “perchè sta facendo i capricci
  • “perchè vuole stare in braccio”
  • “perchè ti ha preso le misure” (il neonato-geometra)

Ma il pianto del neonato, per quanto possa stressarci, è un richiamo, l’unico mezzo che il bambino ha per comunicare con noi. Più che il concentrarci sul modo per farlo smettere al più presto (magari con un bel ciuccio-tappo) ci può essere d’aiuto l’attenta osservazione dei suoi comportamenti, delle sue abitudini, dei suoi stati d’animo. Per noi è stato così.

Irritabilità, eccitazione

Quello che ho imparato sull’irritabilità o sull’eccitazione dei bambini piccoli è che le cause, per quanto a volte possano sembrare un enigma, quasi sempre sono sotto i nostri occhi. Spesso noi adulti tendiamo a catalogarli come “capricci”, mentre magari:

  • è stanco e quindi irritabile perchè ha giocato troppo o non ha dormito abbastanza
  • è irritabile perchè durante la giornata, a casa o all’asilo, è successo qualcosa che lo ha particolarmente contrariato
  • è irritato e frustrato perchè prova emozioni che non riesce a esprimere
  • è irritabile perchè sta per ammalarsi
  • è irritabile perchè a casa o all’asilo c’è una situazione che lo inquieta e non lo rende sereno
  • ha un compagno di giochi esagitato ed è contagiato dall’eccitazione del momento
  • di notte si agita nel lettino perchè ha caldo (vorrei vedere se non ci agiteremmo noi adulti, se ci costringessero a dormire con pannolino plasticato, body, pigiama con le maniche lunghe, piumino ben rimboccato e riscaldamento centralizzato), mentre noi stiamo a chiederci se ha mangiato troppi zuccheri
  • ha assunto un certo farmaco che dà eccitazione come effetto collaterale (nel nostro caso: farmaci con cortisone presi per necessità dietro prescrizione del pediatra)
  • è stato in un ambiente con troppi stimoli di luci, suoni e colori
  • è irritato perchè non gli prestiamo attenzione

Sul tenere in braccio

Non smetterò mai di considerare il contatto fisico come qualcosa di fondamentale per il benessere del bambino. Quando mio figlio era piccolo, se piangeva o si disperava per qualche motivo serio o futile  bastava il contatto fisico per calmarlo e rassicurarlo.
Non dico di non aver tenuto in braccio mio figlio quando era neonato, riconosco però che non l’ho fatto con quella assiduità che sarebbe stato giusto avere. Per me è stata una consapevolezza arrivata col tempo perché, tra mille dubbi e una stanchezza di piombo, davo più ascolto a chi mi stava intorno che a mio figlio.

Non sbagliava chi mi diceva di non abituarlo a stare in braccio, sbagliavo io per prima a credere che gli altri fossero più esperti di me. A questo riguardo

è proprio nella tenerezza del contatto epidermico che ha le sue radici la prima forma di attaccamento del bambino alla madre: un rapporto essenzialmente fisico, che nasce dal primo impulso ad aggrapparsi a lei per allontanare da sé la ‘paura della vita’, del vuoto, della solitudine che lo assale subito dopo la nascita…“. (A piccoli passi. La psicologia dei bambini dall’attesa ai cinque anni. Silvia Vegetti Finzi con Anna Maria Battistin, Ed. Mondadori).

 

Immagine di: Office

2 Comments on Le cose che avrei voluto sapere da neo-mamma

  1. Gaia
    20/10/2012 at 10:42 (2 anni ago)

    che bello questo post: quanto amore!!!
    e bellissima la citazione…. non conoscevo il libro ma lo comprerò subito!!!
    Per il resto non ci rimane che sperare che gli errori che noi mamme (tutte!) facciamo possano aiutarci a crescere e a perfezionare.
    Siria è stat una bimba molto tranquilla fino all’anno dopo… una tragedia!!!!

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    • - La mia vita semplice
      20/10/2012 at 12:25 (2 anni ago)

      è un libro che dà tante risposte, scritto in modo semplice. Può darti una traccia, ma ti prego non fare come me che all’inizio cercavo il “manuale” del perfetto neonato!

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