Natale e vecchi merletti

Com’era il Natale della mia infanzia?

Da quando è nato mio figlio, e sono passati 5 natali, tutto ha un significato nuovo e diverso.
A volte confronto i ricordi della mia infanzia un po’ solitaria con quella che lui sta vivendo ora, bambino circondato da mille attenzioni, mille occasioni di incontro e socializzazione.

Ripensando alla mia infanzia ho avuto la fortuna di vivere in una casa in cui c’era sempre un po’ di andirivieni e per me, bambina delle elementari, era interessante sentire le novità, incontrare gente che veniva in visita, ascoltare gli aneddoti dei grandi. La casa era un grande spazio in cui era facile far lavorare la fantasia, che si trattasse di giocare alla dottoressa del gatto o di potare i cactus, di chiudermi in un ripostiglio per leggere Pinocchio senza essere disturbata o di cercare in giro moscerini da guardare al microscopio (per me il più bel regalo di sempre).

Il Natale della mia infanzia era la casa con i festoni dorati, il presepe con le statuine di gesso (ognuna aveva un posto assegnato che restava identico di anno in anno), l’abete nel vaso di coccio pesante da portare su per le scale, le mie decorazioni preferite da collocare secondo un ordine prestabilito e immutabile: nelle decorazioni per l’albero il top era una grande sfera in plastica blu notte con stelle argentate seguita nella classifica da un’altra grande palla color rosa sfumato. Per me bambina rappresentavano l’eleganza suprema in materia di decorazioni natalizie: sono ancora quelle con cui i miei nipoti grandi decorano il loro albero, e sono passati almeno 3 decenni. Se per fortuna nevicava, Natale voleva anche sparire per ore a giocare nella neve in giardino fino a battere i denti, ad avere le mani gelate e i piedi fradici facendo cumuli o scavando buche.

Natale era vacanza e scuola chiusa. La casa era grande, formata da due appartamenti comunicanti e abitata anche da una parte della famiglia materna, composta perlopiù da persone anziane nate nel secolo scorso (intendo l’Ottocento, non il Novecento!). Il prozio sordo reduce della prima guerra mondiale, la prozia buona che per cucinare usava un coltello ricavato da una baionetta, così diceva, e la loro figlia nubile crocerossina, il cui corredo intonso da sposa fa tuttora parte dei cimeli di famiglia. Nel primo pomeriggio il silenzio era tassativo: dopo il pranzo tutti, eccetto mio fratello molto più grande di me che lavorava fuori, sparivano per il sonnellino e io ne approfittavo per esplorare indisturbata la casa, aprendo vecchie credenze intagliate e cassetti che ai miei occhi custodivano tesori (vecchie bomboniere, cavatappi, nastrini, bottiglie dimenticate di moscato ormai imbevibile, luccicanti cofanetti Sperlari vuoti), assaggiando furtivamente liquori (il mio preferito era il Vov, una specie di zabaione liquoroso), spostando decorazioni qua e là alla ricerca della coreografia perfetta della mia mente infantile. Fino all’ora dei compiti per le vacanze, seguiti dalla merenda (pane, burro e zucchero) e dai programmi tv della Rai in bianco e nero.

Il regalo che mi portava Gesù Bambino non era mai esoso perchè i miei consideravano giusto abituare i figli alla sobrietà e alla consapevolezza che avere una casa, una famiglia e la salute fosse già di per sè un grande regalo della vita. Concetti condivisibili, ma che da bambina trovavo troppo noiosi rispetto alla voglia di ricevere quell’esagerato camper rosa di Barbie o l’inarrivabile Dolce Forno visto su Topolino, rimasti i sogni proibiti della mia infanzia.

L’evento più importante di tutto il periodo natalizio era la Messa di mezzanotte perchè nella mia famiglia d’origine l’aspetto religioso del Natale ha sempre prevalso su quello festaiolo e glitterato che io invece avrei senz’altro preferito in materia di pranzi, cene, regali e armamentario natalizio.

I cenoni e in generale le occasioni di divertimento a casa mia erano (e sono tutt’ora, da parte di mia madre) considerate cose un po’ troppo superficiali e a ben vedere, come buona parte delle occasioni sociali, anche un po’ inutili. Il clou del pranzo di Natale era il bollito con la mostarda di Cremona, un vero volo pindarico della gastronomia di famiglia, che per me bambina era quanto di meno appetitoso si potesse mangiare in un giorno di festa. A tavola si parlava di storie di paese o di città, della cugina ottuagenaria rimasta nubile perchè il padre, dall’invidiabile condizione di impiegato postale, non aveva voluto che la figlia sposasse un cuoco.

Insomma, ero l’unica bambina tra persone troppo adulte e troppo anziane che spesso da me si aspettavano comportamenti da adulta e non da bambina.

Non era un Natale divertente, ma era Natale come non l’ho più vissuto da grande, visto con gli occhi ingenui e semplici dei bambini.

Immagini tratte da Office

Comments

  1. Eh sì come cambia la visione del Natale. Io lo adoro ancora ma non lo vedo più alla stessa maniera e son convinta che se non avessi nipotini per casa entusiasti non lo vivrei adesso con la stessa gioia. Un caro saluto!

  2. Gli ultimi Natali che ho passato da sola insieme al Principe erano fatti di tanta mondanità, aperitivi e cene. Baldoria per tutto il periodo delle feste. Magia zero. Tanto che a volte, saltavamo su un aereo ed andavamo al caldo ad abbronzarci. Passata la befana, tiravo un sospiro di sollievo e mi dicevo, anche per quest’anno e’ finita e disfare l’albero e il presepe era quasi una consolazione. Da quando c’è Cestino le cose sono completamente cambiate, aspettiamo Natale già ad ottobre, ne parliamo tanto, e discutiamo sui regali, addobbiamo casa e adoriamo starcene tra noi davanti al camino acceso. Quest’anno poi ancor di più, perché Cestino e’ più consapevole e sono già diversi giorni che mi chiede di fare l’albero. Domenica prossima sarà tutta dedicata a questo ed io non vedo l’ora. Sono tornata bambina!!!!!

  3. Molto bello questo giro sul filo dei ricordi…
    I bambini hanno la capacità di rendere tutto magico:-)
    Ho scoperto oggi il tuo blog, che mi piace!
    A presto!

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